Episodes

  • La musica è tutta finta? James Blake, l'AI e Spotify
    Jun 24 2026
    Recensioni pagate, ascolti gonfiati dai bot, canzoni scritte dall'intelligenza artificiale. Il musicista James Blake dice che nella musica niente è più vero. E i dati gli danno ragione.

    James Blake, ha 37 anni, nel 2013 ha vinto il Mercury Prize e ha lavorato con Beyoncé, Kendrick Lamar e Frank Ocean. L'industria musicale la vive dall'interno. E su Instagram scrive una cosa pesante: non fidarti delle recensioni, le pagano le etichette; non fidarti dei commenti, sono profili falsi; non fidarti degli ascolti in streaming, pagano "fattorie di bot" per gonfiarli. Un bot è un software che finge di essere una persona. La tesi più grande si chiama teoria dell'internet morto: gran parte di quello che vediamo online non lo fanno più gli umani, ma le macchine. Sembrava paranoia, ma uno studio del 2025 dice che più della metà del traffico internet è prodotto da bot. Nella musica non è più una teoria. A New York un uomo ha generato con l'AI centinaia di migliaia di canzoni e, con account finti che le ascoltavano in loop, ha incassato otto milioni di dollari di diritti. La band dei Velvet Sundown ha superato il milione di ascoltatori al mese su Spotify, poi si è scoperto che non esisteva. La piattaforma Deezer dice che ad aprile 2026 il 44% dei brani caricati ogni giorno è fatto dall'intelligenza artificiale. Perché succede? Diversi libri provano a dargli un nome: il "tecnofeudalesimo" di Yanis Varoufakis, la "merdificazione" di Cory Doctorow, gli "artisti fantasma" di Spotify raccontati da Liz Pelly, il colonialismo dell'AI di Karen Hao. A maggio 2026 interviene anche Papa Leone XIV con un'enciclica. E mentre il governo britannico prova a permettere alle aziende di addestrare l'AI sulle canzoni senza permesso, mille musicisti rispondono con un disco fatto di soli studi di registrazione vuoti. La cosa più potente che hanno: il silenzio. Tag james blake, intelligenza artificiale, musica ai, spotify, deezer, bot, teoria internet morto, velvet sundown, yanis varoufakis, tecnofeudalismo, cory doctorow, enshittification, liz pelly, karen hao, papa leone xiv, keir starmer, diritto d'autore, is this what we want, streaming, podcast italiano Carosello, 4 parti 1/4 Si chiama James Blake, ha 37 anni, ha vinto il Mercury Prize e lavorato con Beyoncé e Kendrick Lamar. L'industria la vive dall'alto. E su Instagram scrive: non fidarti delle recensioni, le pagano le etichette. Non fidarti dei commenti né degli ascolti, sono bot, software che fingono di essere persone. Chiude così: nel 2026 non c'è un solo pezzo del sistema che non sia falso. 2/4 C'è un nome per questo: teoria dell'internet morto. Quasi tutto, online, lo fanno le macchine. Uno studio del 2025 dice che più della metà del traffico internet è prodotto da bot. E nella musica è una sentenza: a New York un uomo ha generato con l'AI centinaia di migliaia di canzoni, le ha fatte ascoltare a account finti e ha incassato otto milioni di dollari. I Velvet Sundown hanno superato il milione di ascoltatori al mese, poi si è scoperto che non esistono. Su Deezer, ad aprile 2026, il 44% dei brani caricati ogni giorno è fatto dall'AI.

    Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.
    🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio
    📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack.

    IG: @giovodust / @musicaemondo_news
    Show More Show Less
    8 mins
  • Kenya, Ruto e le proteste: gospel contro rap
    Jun 23 2026
    Le piazze del Kenya si stanno riempiendo di nuovo. Il motivo è una correzione alla legge di bilancio: nuove tasse sul pane, sui trasferimenti di denaro via telefono e sulla connessione internet. I manifestanti dicono che sono le stesse tasse provate nel 2024, solo con un altro nome. Il governo non decide da solo: il Fondo Monetario Internazionale, l'organismo che presta denaro agli Stati indebitati, chiede al Kenya di tagliare il debito. E il presidente William Ruto scarica quel costo sui beni di prima necessità. A pagare sono soprattutto i giovani: quasi sette disoccupati su dieci hanno meno di trentacinque anni. Qui entra la musica, perché in Kenya racconta la classe sociale meglio di qualsiasi cosa. "Anguka Nayo" è dei Wadagliz, un duo del quartiere popolare di Nairobi. Il loro genere si chiama arbantone, musica giovane e di strada. È il suono dei poveri delle città, ed è quello che riempie le piazze. Anche Bien, ex voce dei Sauti Sol, la band pop più famosa del paese, grida "Ruto Must Go". Nel 2022 Ruto aveva vinto come candidato degli "hustler", di chi sopravvive con piccoli lavori. Oggi i suoi stessi elettori lo chiamano "Zakayo", come Zaccheo, l'esattore delle tasse del Vangelo. Ruto è un cristiano evangelico, prega in pubblico e canta gospel. Nel 2025 ha voluto costruire una megachurch dentro il palazzo presidenziale, ma la Costituzione dice che il Kenya è laico, e un tribunale ha bloccato i lavori. Persino i vescovi cattolici gli hanno restituito una donazione. Così il cerchio si chiude: da una parte il gospel del presidente, dall'altra l'arbantone e il rap dei quartieri.

    Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.
    🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio
    📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack.

    IG: @giovodust / @musicaemondo_news
    Show More Show Less
    4 mins
  • Abelardo de la Espriella: come la destra ha vinto in Colombia (e con quale musica)
    Jun 22 2026
    La Colombia ha scelto il suo nuovo presidente: Abelardo de la Espriella, avvocato milionario soprannominato "El Tigre", ha vinto per meno di un punto percentuale e porta il Paese verso una svolta a destra. Ma per capire il sentimento di chi lo ha votato bisogna guardare alla musica. Da una parte il vallenato e la música popular, colonne sonore del Paese reale e delle classi popolari. Dall'altra il rock militante, l'avanguardia urbana e gli artisti che hanno accompagnato l'esperienza della sinistra di Gustavo Petro. In questa puntata raccontiamo come generi musicali, identità sociali e conflitti di classe abbiano attraversato una delle elezioni più divisive della storia colombiana. E perché, ancora una volta, la rabbia popolare è stata intercettata dalla destra.

    Il voto si capisce anche attraverso le voci che hanno accompagnato questa frattura: Silvestre Dangond, Pipe Bueno e Marbelle sul lato della destra, mentre Doctor Krápula e Systema Solar hanno (inefficacemente) rappresentato l’immaginario dell'area vicina al candidato sostenuto dall'ex presidente Petro, insieme a Edson Velandia. Nel mezzo, le grandi popstar come Karol G, Maluma e Feid hanno scelto la neutralità, lasciando un vuoto simbolico in un paese sempre più spaccato.

    Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.
    🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio
    📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack.

    IG: @giovodust / @musicaemondo_news
    Show More Show Less
    4 mins
  • K-pop e Corea del Nord: i transfughi del gruppo 1VERSE
    Jun 19 2026
    Cheorwon, Corea del Sud, un'ora e mezza da Seul, appoggiata al confine con la Corea del Nord. Pochi giorni fa qui è finito un festival musicale, il DMZ Peace Train. La DMZ è la zona demilitarizzata, la striscia di terra piena di mine e filo spinato che divide le due Coree dal 1953. Le band hanno suonato a poche centinaia di metri da lì, tra cui Thurston Moore dei Sonic Youth. Tutti cantavano di pace, ma nessuno ha pronunciato la parola riunificazione. In Corea la musica racconta questa frattura da sempre. C'è Arirang, una melodia antica cantata da secoli sia al Nord sia al Sud: parla di chi parte e non torna, è il lamento delle famiglie separate dalla guerra. E qualcosa si muove. Il 17 giugno Seul ha annunciato che sposterà più a nord la Civilian Control Line, un confine militare interno che da settant'anni tiene i civili lontani dalla frontiera. A deciderlo è Lee Jae Myung, il nuovo presidente (a suo dire) progressista, che ha già spento gli altoparlanti della propaganda. Dal lato Nord, invece, Kim Jong Un nel 2024 ha dichiarato le due Coree "due Stati ostili", ha demolito l'Arco della Riunificazione e ha modificato l'inno. Ma Kim non si ferma ai simboli: dal 2024 ha mandato più di ventimila soldati a combattere per la Russia in Ucraina. Detto questo, sul Nord l'Occidente racconta molte balle, dallo zio di KJU dato in pasto ai cani al taglio di capelli obbligatorio. A smentirle ci sono i 1VERSE, gruppo K-pop con due membri fuggiti dal Nord, che da bambini ascoltavano di nascosto la musica del Sud. Quella musica ha attraversato il confine che le mine tengono chiuso. La politica, quel confine, non l'ha mai aperto.

    Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.
    🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio
    📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack.

    IG: @giovodust / @musicaemondo_news
    Show More Show Less
    4 mins
  • Israele riconosce il Somaliland: la colonna sonora di una (non) nazione
    Jun 18 2026
    Domenica scorsa, a Gerusalemme, durante un pranzo di Stato, c'era un ospite speciale: Abdirahman Mohamed Abdullahi, detto Irro, presidente del Somaliland. Era la prima volta nella storia che un capo di Stato del Somaliland metteva piede ufficialmente in un altro Paese. Ma cos'è il Somaliland? È un territorio nel Corno d'Africa, a nord della Somalia, sul Golfo di Aden. Il nord era una colonia britannica, il sud una colonia italiana. Nel 1960 il nord fu indipendente per cinque giorni, poi si unì al sud per formare la Somalia. Quell'unione, per molti al nord, fu un errore. Negli anni Ottanta il dittatore Siad Barre bombardò Hargeisa dall'aria e uccise decine di migliaia di civili: il genocidio degli Isaaq. Per questo nel 1991 il nord dichiarò di nuovo l'indipendenza. Da allora il Somaliland funziona come uno Stato, con governo, moneta ed elezioni. Da trentacinque anni. Eppure quasi nessuno lo riconosce. Perché allora Israele, e perché adesso? Il Somaliland sta a trenta chilometri da Bab el-Mandeb, un passaggio cruciale per le navi, vicino allo Yemen di Ansar Allah, (gli Houthi), impegnati nell'Asse della Resistenza iraniano-palestinese. Israele cerca un appoggio in quel mare, e il Somaliland vende pezzi di sé da anni. Netanyahu inquadra il riconoscimento dentro gli Accordi di Abramo, durante l'offensiva a Gaza. Israele riconosce al Somaliland il diritto di essere nazione, ma ai palestinesi lo nega. E in mezzo c'è la musica di Sahra Halgan, la cantante diventata simbolo di un (non) Paese.

    Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.
    🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio
    📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack.

    IG: @giovodust / @musicaemondo_news
    Show More Show Less
    8 mins
  • La canzone di Lucio Dalla che Vannacci non ha capito
    Jun 17 2026
    Quindici giugno, Auditorium della Conciliazione, Roma. Roberto Vannacci fonda il suo partito, Futuro Nazionale. Alla fine del discorso parte "Futura" di Lucio Dalla, e lui la presenta come una canzone che guarda avanti, proprio come loro. In platea sventolano le bandiere, ma quasi nessuno canta. Facciamo un passo indietro. Vannacci è il generale dell'esercito che nel 2023 pubblica da solo, su Amazon, il libro "Il mondo al contrario", pieno di posizioni retrograde. All'inizio non lo nota nessuno. Poi scatta (l'evitabilissima e controproducente) indignazione, parte un'inchiesta del Ministero della Difesa, e il meccanismo si ribalta: "hanno censurato il generale". Più lo attaccano, più cresce. A febbraio 2026 lascia la Lega e fonda Futuro Nazionale, a destra di Fratelli d'Italia. Le iniziali sono FN, come Forza Nuova. Il simbolo è una fiamma tricolore, come l'MSI. E cita con orgoglio la Decima Mas, il reparto militare legato alla Repubblica di Salò. E qui torna la canzone. "Futura" è del 1980. Dalla la scrisse a Berlino, davanti al Muro, e immagina due persone che decidono di avere un figlio nonostante la paura della guerra. Parla di abbattere i muri. Un partito che nei simboli guarda agli anni Venti prende come inno un brano che guardava avanti. Lo dice Gaetano Curreri degli Stadio, amico di Dalla. Lo dice la famiglia, che manda una diffida. E tra chi detiene i diritti c'è Sony Music. Quando un artista muore, chi decide cosa significa la sua musica?

    Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.
    🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio
    📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack.

    IG: @giovodust / @musicaemondo_news
    Show More Show Less
    4 mins
  • Iran-Nuova Zelanda, le bombe di Minab e le canzoni del regime
    Jun 16 2026
    Si chiama Binesh Bolour, ma tutti lo conoscono come Gheysar. È un cantante pop iraniano, vive a Los Angeles da quasi quarant'anni. Dopo la rivoluzione islamica del 1979 molti artisti fuggirono lì, soprattutto le donne, a cui il regime vietò di cantare in pubblico. Gheysar ha perfino cantato a Tel Aviv, in Israele, una cosa che la legge iraniana vieta. Eppure giovedì scorso era a Teheran, a cantare per una festa religiosa del regime. Ha appena prodotto un brano con un centro legato ai Guardiani della Rivoluzione, il corpo militare ideologico del potere. Tutto questo dentro una guerra precisa. Dal 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran, in barba ad ogni regola del diritto internazionale hanno colpito infrastrutture civili e ucciso la Guida Suprema Khamenei. Trump e Netanyahu lo hanno detto: l'obiettivo era far cadere il regime. Una orribile conseguenza è il bombardamento della scuola di Minab, uccidendo centinaia di bambine. Altra sofferenza per il paese dopo le migliaia di iraniani uccisi dal regime stesso durante le proteste, tra dicembre e gennaio. E qui torna la musica. Shervin Hajipour, il ragazzo che nel 2022 trasformò il lutto per Mahsa Amini nella canzone "Baraye" e vinse un Grammy, è la voce di una terza via: né col regime, né con gli americani, né coi monarchici di Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo Scià, esattamente come Marjane Satrapi, l'autrice di Persepolis morta poche settimane fa. Dalla partita dei mondiali Iran-Nuova Zelanda allo stadio di Los Angeles fino alle piazze di Teheran, in Iran ogni voce è costretta a schierarsi. O a fingere di non farlo.

    Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.
    🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio
    📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack.

    IG: @giovodust / @musicaemondo_news
    Show More Show Less
    7 mins
  • Taty Almeida, le Madri di Plaza de Mayo e la musica argentina
    Jun 15 2026
    Ieri sera a Buenos Aires è morta Taty Almeida, 95 anni. Con lei se ne va una delle ultime voci delle Madri di Plaza de Mayo, il movimento di donne che durante la dittatura argentina cercavano i figli scomparsi. Veniva da una famiglia aristocratica e militare, antiperonista, cioè ostile al movimento fondato da Juan Perón. Faceva la maestra, viveva lontana dalla politica. Poi, nel giugno 1975, suo figlio Alejandro, vent'anni, viene sequestrato dalla Triple A, un gruppo paramilitare di estrema destra. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Lei lo ha cercato per cinquant'anni. Nel 1976 un golpe militare instaura una dittatura che rapisce, tortura e fa sparire chiunque consideri sovversivo: si stima trentamila desaparecidos. Le Madri marciano ogni giovedì davanti al palazzo presidenziale chiedendo dove siano i loro figli. Questa storia è al centro di tanta musica argentina: León Gieco con "La Memoria" e "Sólo le pido a Dios", Charly García con "Los Dinosaurios", dove i dinosauri sono i militari. Oggi governa Javier Milei, presidente di estrema destra e ultraliberista, con posizioni che molti definiscono negazioniste sui desaparecidos: mette in dubbio il numero delle vittime e ha smantellato i luoghi della memoria. E la musica si è spaccata come il paese: da una parte la popstar Lali Espósito, attaccata da Milei, e cinquecento musicisti contro i suoi tagli alla cultura; dall'altra chi lo sostiene. Due Argentine. In mezzo, ieri sera, se n'è andata Taty Almeida.

    Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.
    🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio
    📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack.

    IG: @giovodust / @musicaemondo_news
    Show More Show Less
    5 mins