L’Invisibile Addosso: Profumo e Olfatto cover art

L’Invisibile Addosso: Profumo e Olfatto

L’Invisibile Addosso: Profumo e Olfatto

By: Ephèmera Firenze
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About this listen

L’Invisibile Addosso: Profumo e Olfatto è il podcast firmato Ephèmera Firenze, maison fiorentina leader nel scent identity design e nella creazione di esperienze olfattive su misura. Ephèmera intreccia l’arte del profumo con l’artigianato italiano, la ricerca artistica e la narrazione poetica, trasformando le fragranze in strumenti di comunicazione invisibile e di identità profonda.

In ogni episodio apriremo lo sguardo su ciò che non si vede: il linguaggio segreto dell’olfatto, il potere evocativo del profumo, i suoi segreti e le sue storie. Un viaggio che unisce memoria ed emozione, cultura e immaginazione. Chiudi gli occhi e lasciati condurre: attraverso le parole scopriremo come il profumo possa farsi ponte verso altri mondi, risvegliare energie sottili e raccontare ciò che il silenzio non sa dire.Ephèmera Firenze
Art Education
Episodes
  • Ep. 22_L'Intangibile
    Jan 27 2026
    Ventiduesimo episodio del Podcast di Ephèmera Firenze: l'intangibile.Il mondo è pieno di cose che valgono moltissimo ma non si toccano: fiducia, emozione, bellezza. Anche il profumo appartiene a questo regno invisibile. Non si vede, non si conserva, eppure lascia una scia, un’impressione, una memoria. L’intangibile è tutto ciò che non puoi afferrare con le mani ma che, in qualche modo, ti tocca. Non ha forma, ma lascia segni. Non ha peso, ma a volte orienta le scelte, le relazioni, i desideri. È una sensazione, una promessa, una memoria che riaffiora nel momento giusto – o in quello sbagliato. L’intangibile non si mette in vetrina, ma è spesso la vera ragione per cui scegliamo una cosa invece di un’altra. Quando acquisti un profumo, non compri solo molecole: compri un desiderio, un modo per dire “sono io”. Compriamo identità, atmosfera, cura, intenzione. In economia si parla di beni intangibili: brand, idee, emozioni che circondano un prodotto. Nel marketing questo si chiama esperienza. Quel “non so che” che rende un gesto memorabile e crea connessione. E l’intangibile non vive solo nei brand: è presente nella vita quotidiana, nello sguardo che cambia tutto, nel tono di voce che consola, nell’aria che muta in una stanza quando entra qualcuno. Il profumo è, per eccellenza, una forma di intangibile. Non si tocca, non si mostra, ma si ricorda e si desidera. È il modo più diretto per raccontare l’invisibile, ed è per questo che ci emoziona. Oggi non compriamo più soltanto oggetti: compriamo sensazioni, atmosfere, identità. Un profumo non è solo “femminile”, “maschile” o “persistente”.È “quel profumo che sa di abbraccio”, “quello che mi fa sentire più me stessa, più me stesso”. Non basta più raccontare cosa fai: devi farlo sentire. Un profumo non è solo una formula, è un frammento di identità, una promessa invisibile da vivere sulla pelle. Il marketing esperienziale non punta semplicemente a vendere qualcosa, ma a far vivere qualcosa. Non descrive: coinvolge. Non dice soltanto quali note contiene una fragranza, ma invita a chiudere gli occhi, a immaginare un luogo, un ricordo, un’emozione. Il cliente non è più un compratore passivo, diventa protagonista. La marca non parla soltanto: ascolta, accoglie, invita. E il profumo è un linguaggio perfetto per questo tipo di esperienza, perché non si limita alle parole: si annusa, si immagina, si ricorda. Accompagnare una persona nella scelta di un profumo non significa venderle un oggetto, ma aiutarla a mettere a fuoco una parte di sé. Un brand esperienziale non è un’etichetta, ma un universo coerente fatto di storie, rituali, gesti piccoli ma memorabili. È fatto di verità, di cura, di presenza. I profumi non si vendono con le note, ma con le storie: della materia prima, di chi li crea, e soprattutto di quella che può diventare la tua storia. Vendere l’invisibile è possibile, se si è capaci di comunicare l’anima di ciò che si offre.Perché ciò che resta davvero non si misura in millilitri, ma in intensità. Forse oggi non è successo nulla di eclatante, eppure qualcosa ti ha sfiorato: un cambiamento sottile, una sensazione senza nome, un’eco che rimane. L’intangibile non chiede attenzione, chiede ascolto. Può essere un clima di fiducia, un senso di coerenza, un allineamento silenzioso. Nel mondo creativo e progettuale è spesso questo a fare la differenza: ciò che non si vede, ma orienta le scelte e genera valore nel tempo. Sono micro-eventi, quasi impercettibili, ma lasciano una traccia profonda.Nei perfume workshop di Ephèmera Firenze non si “impara soltanto” qualcosa: si vive un momento che resta. Si crea, si annusa, si racconta, si condivide. E quando si porta a casa la fragranza composta, non è solo un profumo: è un ricordo in bottiglia. Ti aspetto a Firenze, dove le storie si annusano e l’invisibile si costruisce insieme. Perché, in fondo, l’intangibile è tutto ciò che ci resta anche quando tutto il resto è andato. Un’emozione. Una fragranza. Una voce.Il core business di Ephèmera Firenze è lo Scent Identity Design: l’arte di creare fragranze che diventano la firma invisibile di un brand. Un profumo non è un semplice ornamento, ma un’architettura immateriale: racconta valori, riflette una personalità e lascia un’impronta che la memoria custodisce più a lungo di parole e immagini. La nostra visione, però, va oltre i brand. Con le Perfume Experience e i Team Building Olfattivi accompagniamo persone e team aziendali a scoprire il profumo come linguaggio di identità ed emozione. Nei nostri workshop prendono vita fragranze per la pelle, per gli spazi o persino veri e propri loghi olfattivi: esercizi di creatività, coesione e narrazione condivisa. Dalla suite su Ponte Vecchio, con lo sguardo rivolto all’Arno e agli Uffizi, il profumo si intreccia con arte, musica e artigianato, trasformando l’istante in memoria. E non solo a Firenze: ...
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    7 mins
  • Ep. 21_Patchouli. Anima della terra
    Jan 20 2026
    Ventunesimo episodio del Podcast di Ephèmera Firenze: Patchouli, l'anima della terra.Oggi scendiamo sotto la superficie per incontrare una materia che non seduce con i fiori né conquista con la freschezza, ma parla con la voce bassa della terra: il patchouly. Si ricava dalla Pogostemon cablin, pianta tropicale della famiglia delle Lamiaceae originaria dell’India e del Sud-Est asiatico, robusta e arbustiva, con foglie che, una volta essiccate e fermentate, liberano un profilo olfattivo profondo e stratificato. Il suo odore non è floreale né fruttato, ma terroso, legnoso, leggermente camforato, con sfumature umide e quasi fungine, spesso descritto come la terra dopo una pioggia tropicale o come un legno antico che ha assorbito tempo e silenzio.L’essenza si ottiene per distillazione in corrente di vapore delle foglie essiccate e fermentate, un processo complesso in cui contano la durata della fermentazione, il metodo di essiccazione, la qualità della distillazione e persino la maturazione dell’olio, che può migliorare con gli anni come accade ai vini ben custoditi. La sua identità è affidata soprattutto al patchoulolo, un sesquiterpene alcolico che rappresenta una quota importante dell’olio essenziale, affiancato da molecole come norpatchoulenone e guaioli che ne scolpiscono le sfaccettature boisé e aromatiche. Arrivato in Europa attraverso il commercio delle sete e dei tessuti dall’India, nel XIX secolo divenne sinonimo di lusso orientale perché le stoffe venivano profumate con foglie di patchouly per proteggerle dalle tarme; più tardi, negli anni Sessanta e Settanta, fu riappropriato dalla cultura hippie come segno di ribellione olfattiva, lontano dalle formule civettuole del decennio precedente e vicino a una ricerca di natura e spiritualità. È una materia viva, dotata di una persistenza straordinaria sulla pelle, capace di durare giorni e di mutare registro a seconda delle dosi e degli accostamenti, diventando legnosa, gourmand, incensata oppure sensuale e animale, senza mai ridursi a semplice sfondo. Oggi la profumeria lo utilizza in versioni naturali a diverse concentrazioni, in frazionamenti che ne levigano i toni più terrosi e in ricostruzioni molecolari che ne evocano la profondità con maggiore pulizia, rendendolo una firma silenziosa di molte composizioni contemporanee. Non canta e non esplode, sussurra; non fiorisce, resta nel buio come una radice che trova voce, evocando piogge monsoniche, stanze chiuse da anni, cortecce che conservano memoria e una sensualità che non si mostra ma rimane sospesa.È un profumo che entra in dialogo con chi porta dentro una domanda, un compagno di pelle più che un ornamento, capace di restare come un pensiero notturno. In questo viaggio incontriamo interpretazioni emblematiche come Coromandel (Les Exclusifs) di Chanel, dove il patchouly è velluto dorato incorniciato da incenso e benzoino, Patchouli 24 di Le Labo, affumicato e cuoiato, quasi bruciato, Tempo di Diptyque, verde e arioso, Patchouli (1970) di Reminiscence, denso e generazionale, e Hindu Grass di Nasomatto, erbaceo e meditativo, corporeo e misterioso. Il patchouly non è mai scomparso, si è trasformato, passando da formule orientali opulente a strutture più leggere, chypre moderni e persino composizioni quotidiane in cui non si impone ma sostiene, restando una vibrazione di terra sotto i piedi.Nella profumeria di oggi è un ponte tra sensorialità e memoria, capace di evocare territorialità, intimità e mistero, e di dialogare con linguaggi nuovi senza perdere la propria gravità. Indossarlo è come camminare scalzi su un terreno umido, riconnettersi e ricordare che siamo fatti anche di radici, di buio e di passaggi sotterranei, ed è per questo che tanti creatori lo rimettono al centro come gesto lento e intenzionale. Se vuoi ascoltare questo racconto con il naso e attraversare il patchouly nelle sue forme più profonde e levigate, ti aspettiamo nel laboratorio olfattivo di Ephèmera Firenze, dove la terra profuma e le parole si fanno invisibili.Il core business di Ephèmera Firenze è lo Scent Identity Design: l’arte di creare fragranze che diventano la firma invisibile di un brand. Un profumo non è un semplice ornamento, ma un’architettura immateriale: racconta valori, riflette una personalità e lascia un’impronta che la memoria custodisce più a lungo di parole e immagini. La nostra visione, però, va oltre i brand. Con le Perfume Experience e i Team Building Olfattivi accompagniamo persone e team aziendali a scoprire il profumo come linguaggio di identità ed emozione. Nei nostri workshop prendono vita fragranze per la pelle, per gli spazi o persino veri e propri loghi olfattivi: esercizi di creatività, coesione e narrazione condivisa. Dalla suite su Ponte Vecchio, con lo sguardo rivolto all’Arno e agli Uffizi, il profumo si intreccia con arte, musica e artigianato, trasformando l’istante in memoria. E non solo a Firenze: le nostre esperienze ...
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    9 mins
  • Ep. 20_Shanghai. La nuova era del profumo
    Jan 14 2026
    Ventesimo episodio del Podcast di Ephèmera Firenze: Shanghai. La nuova era del profumo.Oggi vi portiamo a Shanghai. Non la Shanghai delle fotografie, dei grattacieli che si riflettono nel vetro e nell’acciaio, ma una Shanghai invisibile, fatta di scie leggere, di gesti silenziosi, di profumi che non cercano di occupare lo spazio ma di abitarlo. È una città che sa di tè nero appena infuso, profondo e puro, di osmanto che in autunno profuma le strade con una dolcezza discreta e dorata, di legni chiari e di incenso che sale lentamente, come un respiro antico in una metropoli che corre. Qualcuno ha scritto che Shanghai sta dando un nuovo impulso profumato e lo sta facendo a salti sempre più alti. Partiamo da qui, da un salto, verso un nuovo spazio olfattivo in una città dove tutto accelera: l’economia, i sogni, i desideri, e sempre più spesso anche le nuvole di profumo che accompagnano chi esce di casa al mattino, come una seconda pelle invisibile.In Cina il profumo è ancora un linguaggio giovane. Solo una piccola parte della popolazione lo utilizza in modo abituale, molto meno rispetto all’Europa o agli Stati Uniti, eppure il mercato cresce con una rapidità sorprendente. A spingerlo sono due forze potenti: una generazione vastissima di giovani, Gen Z e Millennial, cresciuti in un mondo fluido e iperconnesso, e una curiosità nuova verso tutto ciò che riguarda il benessere, l’identità personale, la bellezza come espressione interiore. L’età del primo profumo si è abbassata: si inizia poco sopra i quindici anni e il gesto di vaporizzarsi qualcosa addosso entra nella routine quotidiana con naturalezza, quasi fosse un’estensione del corpo. Prima sono state le grandi città, poi quelle di secondo e terzo livello, oggi l’onda si allarga lentamente ma in modo costante, raggiungendo nuove aree e nuovi pubblici. Cambia anche il modo di avvicinarsi alle fragranze. Non più l’idea occidentale di un solo profumo per tutta la vita, ma un approccio mobile, esplorativo. Flaconi mini, formati pensati per sperimentare, collezionare, alternare. Profumi da scegliere in base al momento, all’umore, alla stagione, persino all’ora del giorno. È una profumeria del movimento, che non chiede fedeltà assoluta ma curiosità. In un Paese in cui quasi tutto passa dallo schermo – social, piattaforme, live streaming – la profumeria vive in un universo digitale gigantesco eppure, proprio lì, emerge con forza un bisogno opposto: il bisogno del corpo. Il profumo non si guarda, non si scrolla, non si scarica.Per questo nascono punti vendita esperienziali, pop-up immersivi, spazi temporanei che invitano a fermarsi, ad annusare, a sentire. Accanto al digitale tornano oggetti fisici: riviste cartacee create dai brand, materiali da toccare, racconti stampati che accompagnano l’incontro con la fragranza. In mezzo a tanta connessione, il naso chiede ancora presenza. Per capire davvero ciò che sta nascendo in Cina, però, i numeri non bastano. Bisogna ascoltare i suoi codici olfattivi. Prendiamo il tè. In Cina il tè si beve nero, puro, senza latte né zucchero. È un gusto profondo, asciutto, meditativo. In Europa, quando pensiamo al tè in profumeria, immaginiamo spesso un accordo luminoso, agrumato, segnato dal bergamotto. È sempre tè, ma non è la stessa immagine. Dietro la stessa parola si nascondono paesaggi sensoriali diversi. Lo stesso accade con l’osmanto. In Occidente lo amiamo per le sue sfumature cuoiate e ambrate, mentre in Cina è il fiore simbolo dell’autunno, capace di profumare l’aria con una freschezza fruttata che ricorda l’albicocca matura. In profumeria questo cambia tutto: non un fiore denso e vellutato, ma una luce chiara, sospesa. In generale, il pubblico cinese non cerca scie urlate. Preferisce fragranze armoniose, intime, costruite sull’equilibrio tra freschezza, legni e note fruttate. Profumi che si percepiscono da vicino, che accompagnano senza imporsi, ma che restano sulla pelle più a lungo di quanto ci si aspetterebbe. Su questo sfondo nasce un fenomeno spesso definito nazionalismo del profumo. Non è chiusura né rifiuto dell’altro, ma un ritorno alle proprie radici. Marchi indipendenti e case creative cinesi stanno traducendo la memoria culturale in forma olfattiva, raccontando templi immersi nell’incenso, spiritualità fatta di pietra, fumo e cera, utilizzando legni, resine, rose e oud. Il bambù diventa simbolo centrale: non cresce mai da solo, ma in gruppi, e diventa metafora di legame e prosperità condivisa.Nascono collezioni pensate come momenti di contemplazione, profumi che non descrivono ma suggeriscono, che non spiegano ma aprono spazi interiori. Accanto a questo si afferma il Guo Chao, il China chic, l’orgoglio di indossare qualcosa che parla la propria lingua. Nei profumi emergono tendenze gender neutral, una forte attenzione al rapporto tra fragranza, natura e benessere, e un ruolo centrale delle giovani donne urbane, istruite, autonome, che...
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    9 mins
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